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Gruppo Balint

Riservato a professionisti sanitari che vogliono esplorare e migliorarsi sugli aspetti relazionali della professione, e che vogliono far parte di un gruppo con cui condividere le criticità del proprio lavoro.

- il gruppo è costituito idealmente da 7 a 11 partecipanti

- la frequenza delle sedute è di una volta ogni 2 settimane

- La durata delle sessioni è di 1 ora e 30 minuti


I Gruppi Balint – così chiamati dal nome del loro ideatore, Michael Balint – sono un metodo di lavoro di gruppo destinato ai medici e alle altre professioni di cura e d’aiuto, che ha come scopi la formazione psicologica alla relazione con il paziente, la “manutenzione del ruolo curante” e la promozione del benessere lavorativo.
I Gruppi Balint rappresentano una solida metodologia di formazione di gruppo, creata per l’addestramento psicologico dei medici di famiglia e adattata in seguito ad altre figure professionali.
Le premesse concettuali del metodo sono le seguenti:
1)  il “farmaco” più frequentemente prescritto è il medico, ma la sua farmacologia (l’azione terapeutica, la posologia, la tossicità, gli effetti collaterali, ecc.) è sostanzialmente sconosciuta;
2)  sebbene un’ampia quota del lavoro del medico di famiglia sia assorbita da casi “psicologici” la formazione medica non prevede nessun tipo di preparazione specifica;
3)  la medicina presta molta attenzione alla malattia e ai sintomi, molto meno alla persona malata, poco o nulla alla relazione medico-paziente, per quanto le vicissitudini di tale relazione siano così spesso causa di insoddisfazione e di ansietà per entrambi i partecipanti, oltre che fonte di frequenti errori diagnostici e terapeutici;
4) il moderno sistema delle cure richiede al medico nuove competenze emotive e relazionali, senza le quali il suo lavoro corre il pericolo di diventare inefficace, rischioso e molto logorante
A chi è rivolto e come opera il metodo Balint?
Il metodo si è rivelato utile per tutte le professioni che implicano una relazione d’aiuto essendo centrato
–          sull’indagine della relazione tra professionista e cliente;
–          sull’azione del gruppo come strumento facilitatore del pensiero;
–          su un apprendimento basato sull’esperienza e non solo sulla conoscenza intellettuale.
Quali sono gli obiettivi primari del metodo Balint?
a) Miglioramento della relazione di cura
b) Protezione del benessere lavorativo del professionista
c) Addestramento al lavoro di gruppo
d) Manutenzione del ruolo curante
Questi obiettivi sono tra loro strettamente interconnessi.
Infatti l’acquisizione da parte del medico di maggiori competenze emotivo-relazionali gli permette
a) un approccio al paziente più soddisfacente perché fondato più sulla relazione, sull’ascolto e sull’attenzione ai bisogni che sull’intervento e sulla prescrizione;
b) lo sviluppo di una speciale sensibilità che, aiutando il medico a comprendere meglio il paziente, le sue emozioni, il suo comportamento e il suo punto di vista sulla malattia e sul trattamento, riducono le tensioni nel rapporto e facilitano l’alleanza di lavoro;
c) una maggiore consapevolezza delle proprie reazioni emozionali in risposta ai comportamenti del paziente, con aumento della capacità di affrontare le ansie, evitando il ricorso ad atteggiamenti difensivi controproducenti, e lo sviluppo di relazioni di cura più efficaci, efficienti, governabili e gratificanti per entrambe le parti.
d) una più chiara comprensione dei processi di gruppo, delle dinamiche organizzative e delle relazioni di rete che influenzano il lavoro del medico e il suo benessere lavorativo.
Che risultati persegue una formazione col metodo Balint?
I risultati attesi sono i seguenti:
1.individuazione dei fattori emozionali operanti nella relazione e riconoscimento del loro ruolo nei processi di diagnosi e cura (elementi di solito poco affrontati nei corsi di formazione);
2.miglioramento della capacità di lavorare in gruppo, ovvero a crescere professionalmente imparando dalle proprie esperienze e da quelle degli altri, e a cooperare attraverso la gestione delle differenze e il governo dei conflitti;
3.miglioramento della qualità della comunicazione, particolarmente cruciale in un’epoca caratterizzata dal sovraccarico delle informazioni e dal trionfo delle tecnologie, a spese del “sistema umano di erogazione delle cure” e con una crescente disumanizzazione della medicina.
Il metodo Balint non si propone come uno strumento di management sanitario o di ottimizzazione delle risorse e nemmeno mira a trasformare i medici di famiglia in psichiatri o psicoterapeuti; tuttavia tra le ricadute positive che sono state osservate figurano anche vari miglioramenti nel sistema delle cure:
–          nel riconoscimento e gestione dell’errore e del rischio (per effetto della riduzione dell’ansia e del miglioramento delle relazioni collaborative)
–         nell’utilizzo delle risorse economiche (poiché una buona alleanza medico-paziente riduce la domanda e il ricorso a terapie farmacologiche e indagini diagnostiche inappropriate)
–          nell’aiutare i medici a prendersi cura con più soddisfazione dei loro abituali pazienti, riducendo così i fattori di stress e di burn-out.
Che cosa sono i Gruppi Balint ?
Sono piccoli gruppi, mediamente di 6-12 partecipanti, centrati non tanto sulle dinamiche gruppali ma essenzialmente sul compito, cioè sulla discussione collettiva di un caso clinico “problematico” presentato da un partecipante con l’aiuto di uno o due conduttori. La discussione non verte primariamente sugli aspetti tecnici del trattamento come nelle clinical conference, ma sull’esperienza emotiva della relazione di cura da parte dei suoi protagonisti.
Il materiale di discussione è costituito dal libero resoconto su un caso clinico recente che abbia presentato delle difficoltà o abbia creato disagio al professionista. La continuità del gruppo permette di seguire l’evoluzione dei casi presentati e di verificare nel tempo le ipotesi diagnostiche e le scelte terapeutiche. Particolare importanza è attribuita alla creazione di un clima di gruppo aperto e solidale, capace di promuovere una libera comunicazione tra pari, assicurando ai membri sostegno e sicurezza, ma anche permettendo la franchezza e la critica.
Chi sono i conduttori dei Gruppi Balint?
Il ruolo del conduttore del Gruppo Balint, solitamente con formazione psicoanalitica, è quello di un promotore del pensiero collettivo, tutore della coesione del gruppo ma anche della sua libertà di parola e di critica, regolatore delle crisi, interprete dei processi psicologici che si rendono visibili nella discussione dei casi. L’accento è messo sul suo ruolo facilitatore, ben diverso da quello di un docente che fa lezione o comunque dell’esperto che trasmette a dei non-iniziati un sapere precostituito. Il gruppo viene così addestrato ad apprendere dalla propria esperienza, a rinunciare alle spiegazioni rassicuranti e a tollerare il dispiacere di non riuscire a capire e di non sapere che cosa fare, almeno fino al momento in cui diventi possibile avere una più chiara comprensione della situazione. Questo è ciò che Balint ha chiamato “il coraggio della propria stupidità”.
Che cosa NON può fare un Gruppo Balint

  • Non prescrive ai curanti “come fare” il proprio lavoro

  • Non fornisce ricette o facili risposte

  • Non è in grado di risolvere tutti i problemi che i curanti hanno con i loro pazienti

  • Non è una terapia di gruppo per operatori sanitari


Che cosa può fare un Gruppo Balint

  • Offrire ai curanti l’opportunità di riflettere sulla propria attività

  • Fornire uno sfogo e un contenimento alle ansie e alle frustrazioni generate dal lavoro

  • Risvegliare l’interesse di un curante per un paziente fino ad allora sentito come “difficile”, disturbante o insopportabile

  • Aprire la mente ad altre possibilità, sia nella diagnosi sia nella gestione quotidiana

  • Fornire supporto al ruolo curante e migliorare il dialogo con i pazienti, con le altre figure professionali e con le istituzioni implicate nel processo di cura

  • Aumentare nei curanti la soddisfazione lavorativa (job satisfaction) e nei pazienti la qualità percepita delle cure (customer satisfaction)

  • Promuovere benessere organizzativo e contribuire alla prevenzione del burn-out.

Fonte: SPI

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Dott. Andrea Aiazzi
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